Durante un viaggio in Scozia capita spesso di vedere una casa in rovina nel mezzo del nulla: quattro muri di pietra, finestre ormai vuote, magari un camino che non scalda più nessuno e, intorno, chilometri di brughiera, montagne o mare. A volte è semplicemente una vecchia casa abbandonata; altre volte, però, quei muri sono tutto ciò che rimane di una comunità.
Se impariamo a guardare meglio il paesaggio scozzese, cominciamo a riconoscere tracce che prima sembravano insignificanti: fondamenta nascoste dall’erba, muri che apparentemente non delimitano più nulla, piccoli appezzamenti di terreno e sentieri che sembrano non portare da nessuna parte. È a quel punto che nasce spontanea una domanda: chi viveva qui?
Molti dei luoghi che oggi ci sembrano completamente selvaggi, infatti, un tempo ospitavano case, famiglie, animali, campi coltivati e persone che conducevano una vita quotidiana molto meno solitaria di quanto il paesaggio attuale lasci immaginare.
La Scozia è disseminata di insediamenti abbandonati, ma non esiste un’unica storia capace di spiegare perché siano rimasti vuoti. Alcune comunità furono travolte dalle Highland Clearances, altre scomparvero lentamente quando il lavoro venne meno e le persone emigrarono, mentre in altri casi furono l’isolamento, le difficoltà economiche e il cambiamento delle condizioni di vita a rendere sempre più difficile continuare ad abitare in determinati luoghi.
E poi ci sono storie che non assomigliano a nessun’altra.
Non chiamiamoli tutti “villaggi fantasma”
L’espressione ghost village è affascinante: evoca misteri, fotografie suggestive e magari anche qualche fantasma che vaga educatamente tra le rovine dopo il tramonto. 😂 La realtà, però, è molto più interessante.
Dietro molti insediamenti abbandonati della Scozia non c’è nulla di soprannaturale, ma una combinazione di cambiamenti economici, trasformazioni agricole, emigrazione, isolamento e decisioni politiche o dei proprietari terrieri che hanno modificato profondamente intere comunità.
Per questo è importante non guardare una casa senza tetto nelle Highlands e concludere automaticamente: “Highland Clearances”. Le Clearances hanno lasciato un’impronta enorme sul paesaggio e sulla società delle Highlands e delle isole, ma non spiegano ogni rovina che incontriamo e, persino all’interno di quel fenomeno storico, le vicende delle singole comunità furono molto diverse.
Tra la seconda metà del Settecento e l’Ottocento, il sistema tradizionale di utilizzo della terra nelle Highlands cambiò profondamente. Molti proprietari considerarono più redditizio destinare grandi estensioni di terreno all’allevamento delle pecore o ad altre attività economiche e migliaia di persone furono allontanate dalle terre che le loro famiglie avevano abitato e lavorato per generazioni.
Alcune vennero trasferite verso piccoli appezzamenti lungo la costa, dove ci si aspettava che integrassero il proprio sostentamento attraverso la pesca o altre attività; altre lasciarono definitivamente la regione e moltissimi scozzesi emigrarono verso il Canada, gli Stati Uniti, l’Australia e la Nuova Zelanda.
Dietro le parole Highland Clearances, quindi, non c’è soltanto una trasformazione del territorio: ci sono persone che hanno dovuto ricostruire la propria vita altrove. E alcuni dei luoghi nei quali vivevano sono ancora lì.
Boreraig: un villaggio rimasto vuoto sull’isola di Skye
Sulla costa settentrionale del Loch Eishort, nel sud dell’isola di Skye, si trovano le rovine di Boreraig. Oggi per raggiungerle bisogna camminare: non c’è un grande parcheggio davanti alle case, non c’è un centro abitato cresciuto intorno alle rovine e proprio questo isolamento contribuisce alla sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che il paesaggio ha lentamente cominciato a riprendersi.
Boreraig fu sgomberato nel 1852, quando gli abitanti furono allontanati dalle terre appartenenti a Lord MacDonald. L’insediamento conobbe successivamente una presenza molto più limitata, fino a rimanere completamente deserto nel Novecento, e ancora oggi è possibile distinguere i resti delle abitazioni e di altri edifici.
Ma proviamo per un momento a togliere mentalmente l’erba che li ricopre e a rimettere i tetti sopra quei muri. Immaginiamo il fumo che usciva dai camini, gli animali, le persone che entravano e uscivano dalle case e i bambini che crescevano in quel luogo.
Il rischio, quando osserviamo un insediamento abbandonato, è infatti quello di considerarlo come se fosse sempre stato una rovina.
Boreraig non era una rovina. Era casa.
Ed è forse questa la differenza più importante da ricordare quando visitiamo luoghi del genere.
Badbea: vivere letteralmente ai margini
Poi c’è Badbea, nel Caithness, la cui storia è particolare perché non si tratta semplicemente di un luogo dal quale gli abitanti furono allontanati durante le Clearances, ma di un insediamento nel quale arrivarono persone che erano state allontanate da altri luoghi.
Dalla fine del Settecento alcune famiglie espulse dalle terre dell’interno si stabilirono su questo tratto di costa, sopra le ripide scogliere di Berriedale. Il terreno era difficile, esposto al vento e decisamente meno favorevole rispetto alle terre che avevano lasciato; eppure lì vennero costruite case, furono ricavati piccoli appezzamenti e nacque una nuova comunità.
Gli abitanti cercarono di sopravvivere attraverso l’agricoltura, l’allevamento, la pesca e altri lavori, ma nel corso dell’Ottocento molte persone partirono nuovamente alla ricerca di condizioni migliori, alcune emigrando molto lontano. Il villaggio si svuotò progressivamente, fino alla partenza dell’ultimo abitante nel 1911.
Oggi rimangono muri, fondamenta, tracce dei campi e un monumento dedicato alle persone che vissero lì, ma è soprattutto la posizione di Badbea a rendere la sua storia ancora più potente: davanti c’è il Mare del Nord, mentre alle spalle si trova la terra dalla quale quelle famiglie erano state spinte via. In mezzo, su una fascia di terreno difficile affacciata sulle scogliere, provarono a costruire un’altra vita.
Quando si conosce la storia, quel paesaggio smette di essere semplicemente “bellissimo” e diventa anche qualcosa da ascoltare.
St Kilda: quando un’intera comunità chiese di andare via
Arriviamo poi a una delle storie più famose e, allo stesso tempo, più facilmente fraintese della Scozia abbandonata: St Kilda.
L’arcipelago si trova nell’Atlantico, a decine di chilometri dalle Ebridi Esterne, e la sua isola principale, Hirta, fu abitata per migliaia di anni. La comunità sviluppò un modo di vivere straordinariamente adattato a un ambiente remoto e difficile: gli abitanti coltivavano piccoli appezzamenti, allevavano animali e sfruttavano le enormi colonie di uccelli marini presenti sulle isole.
Ancora oggi il paesaggio di Hirta conserva centinaia di cleitean, particolari costruzioni in pietra a secco utilizzate per conservare e far asciugare cibo, torba, piume e altre risorse. Sono una delle tracce più caratteristiche di un sistema di vita che aveva imparato ad adattarsi alle condizioni estreme dell’arcipelago.
La storia dell’abbandono di St Kilda, però, non è quella di una comunità improvvisamente cacciata dalla propria terra. Durante l’Ottocento e l’inizio del Novecento il rapporto con il mondo esterno cambiò: arrivarono navi, turisti, nuove merci e nuovi bisogni, aumentò la dipendenza dalle forniture provenienti dall’esterno e, contemporaneamente, la popolazione diminuì progressivamente a causa dell’emigrazione.
La Prima guerra mondiale portò per un periodo comunicazioni e rifornimenti più regolari grazie alla presenza militare, ma quando questa situazione terminò l’isolamento tornò a pesare fortemente sulla comunità. Gli abitanti erano sempre meno e mantenere una vita autosufficiente sull’isola diventava sempre più difficile.
Alla fine erano rimaste soltanto 36 persone, e furono proprio loro a chiedere al governo britannico di essere trasferite. Il 29 agosto 1930 gli ultimi abitanti permanenti lasciarono Hirta.
Questo dettaglio cambia completamente il modo di raccontare St Kilda: non fu una comunità caricata a forza su una nave durante le Highland Clearances, ma un gruppo di persone che arrivò alla conclusione che, nelle condizioni in cui si trovava, continuare a vivere sull’isola non fosse più sostenibile.
Oggi, entrando nella Village Bay e osservando la fila delle case, è ancora possibile riconoscere chiaramente la forma dell’antico insediamento. Le abitazioni, le strade e molte delle strutture utilizzate dalla comunità sono ancora lì, sparse nel paesaggio.
Mancano soltanto gli abitanti.
Ed è probabilmente proprio questa assenza a rendere St Kilda così impressionante.
A volte un villaggio non scompare in un solo giorno
Quando pensiamo a un luogo abbandonato immaginiamo facilmente una data precisa, quasi una linea di confine tra un prima, quando tutti vivevano lì, e un dopo, quando improvvisamente il villaggio rimase vuoto. Nella maggior parte dei casi, però, la storia è molto meno cinematografica.
Una famiglia partiva, poi un’altra; i giovani cercavano lavoro altrove e spesso non tornavano, la scuola rimaneva con sempre meno bambini e alcune attività economiche scomparivano. Con il diminuire della popolazione diventava inoltre sempre più difficile mantenere collegamenti e servizi, finché potevano rimanere soltanto poche case occupate e, alla fine, nessuna.
È successo in forme diverse in molte comunità rurali e insulari scozzesi, ed è anche per questo che parlare semplicemente di “villaggi fantasma” rischia di nascondere la parte più interessante della loro storia.
L’abbandono non è sempre un evento. A volte è un processo durato decenni.
E non tutti i vecchi township sono scomparsi
C’è poi un luogo che può aiutarci a capire meglio ciò che, altrove, è andato perduto.
Vicino a Inveraray, nell’Argyll, troviamo Auchindrain. Non si tratta propriamente di un villaggio abbandonato da esplorare tra le rovine, perché oggi è conservato come township storico, ma è proprio per questo che vale la pena citarlo.
Prima delle grandi trasformazioni agricole, insediamenti di questo tipo erano comuni in molte zone della Scozia rurale. Diverse famiglie vivevano e lavoravano la terra all’interno di comunità agricole nelle quali abitazioni, fienili, stalle e campi facevano parte dello stesso sistema, e la vita di una famiglia era strettamente collegata a quella delle altre.
Auchindrain rappresenta un caso eccezionale perché quel modello sopravvisse molto più a lungo rispetto a molti altri luoghi. Ancora oggi numerosi edifici e strutture permettono di capire come poteva essere organizzata una comunità agricola prima che i cambiamenti economici e agrari trasformassero radicalmente gran parte del paesaggio scozzese.
Ed è proprio questo confronto a offrirci una chiave per leggere meglio anche le rovine che incontriamo altrove. Quando vediamo soltanto quattro muri è difficile immaginare il sistema sociale ed economico del quale facevano parte, perché un edificio non esisteva isolato: intorno c’erano campi, animali, percorsi, altre abitazioni e, soprattutto, relazioni tra persone.
Il paesaggio apparentemente vuoto non è necessariamente sempre stato vuoto
Questa è forse una delle cose che mi affascinano maggiormente quando attraverso le Highlands.
Vediamo spazi enormi, montagne, glen, loch, qualche pecora e magari una sola strada che attraversa il paesaggio per chilometri. È molto facile pensare che quei luoghi siano sempre stati così scarsamente abitati, ma mentre in alcuni casi è vero, in altri non lo è affatto.
Esistono glen oggi quasi vuoti nei quali un tempo erano presenti numerosi piccoli insediamenti, ma dopo duecento anni le loro tracce possono essere difficili da riconoscere se non sappiamo cosa cercare. I tetti crollano, il legno scompare, le pietre vengono riutilizzate, l’erba ricopre le fondamenta e persino i vecchi campi finiscono per confondersi con il paesaggio circostante.
Ciò che rimane può sembrare semplicemente parte del terreno, ed è proprio qui che una mappa storica, un pannello informativo o anche soltanto conoscere in anticipo la storia del luogo può trasformare completamente una sosta.
Dove prima vedevamo un prato, improvvisamente cominciamo a vedere una comunità.
Le Highland Clearances hanno cambiato anche la Scozia fuori dalla Scozia
C’è poi una conseguenza che non possiamo vedere semplicemente osservando le rovine: le persone che lasciarono quelle comunità portarono con sé lingua, tradizioni, cognomi, cultura e memoria.
Durante i secoli nei quali le Highlands attraversarono profonde trasformazioni sociali ed economiche, molti scozzesi emigrarono verso il Canada, gli Stati Uniti, l’Australia e la Nuova Zelanda. Per questo la storia di un piccolo insediamento abbandonato nelle Highlands può continuare dall’altra parte dell’oceano, nelle famiglie e nelle comunità fondate o raggiunte da chi era partito.
Ancora oggi discendenti di emigranti scozzesi tornano nel Paese alla ricerca dei luoghi nei quali vivevano i propri antenati. A Badbea, per esempio, il monumento dedicato alla comunità è legato proprio alla volontà dei discendenti di conservarne la memoria.
Una rovina apparentemente dimenticata può quindi rappresentare, per qualcun altro, il punto preciso dal quale è iniziata la storia della propria famiglia.
E questa prospettiva cambia parecchio il significato della parola “abbandonato”.
Possiamo visitare questi luoghi?
Alcuni sì, ma non tutti allo stesso modo.
Ci sono insediamenti raggiungibili attraverso sentieri, siti storici organizzati e luoghi nei quali sono presenti pannelli interpretativi; altri si trovano invece in aree molto remote e richiedono escursioni lunghe, esperienza e una preparazione adeguata.
St Kilda, per esempio, non è una normale deviazione da aggiungere tra due tappe dell’itinerario: raggiungere l’arcipelago richiede una traversata in mare e le condizioni meteorologiche possono determinare se il viaggio sarà possibile. Boreraig richiede invece di arrivarci a piedi, mentre Badbea può essere inserita più facilmente in un itinerario lungo la costa orientale del Caithness, pur trovandosi in un ambiente esposto e vicino alle scogliere.
C’è poi una cosa importante da ricordare: abbandonato non significa che possiamo fare quello che vogliamo. Le rovine possono trovarsi su terreni privati, all’interno di aree protette o in ambienti archeologicamente delicati, quindi non dovremmo arrampicarci sui muri, spostare pietre, portarci via “souvenir” o entrare in strutture instabili soltanto per ottenere una fotografia migliore.
Quelle pietre sono già sopravvissute abbastanza senza il nostro contributo creativo. 😂 Possiamo osservare, fotografare e cercare di capire ciò che abbiamo davanti, che alla fine è molto più interessante.
Non trasformiamo tutto in una storia dell’orrore
Quando raccontiamo luoghi abbandonati esiste anche il rischio opposto: renderli più misteriosi e drammatici di quanto siano realmente.
Basta aggiungere un po’ di nebbia, una musica inquietante e la frase “nessuno sa cosa accadde agli abitanti” e abbiamo immediatamente un Reel. 😂 Peccato che, nella maggior parte dei casi, sappiamo benissimo cosa accadde agli abitanti: emigrarono, furono sfrattati, si trasferirono, cercarono lavoro altrove, chiesero di essere evacuati oppure semplicemente invecchiarono mentre i figli costruivano la propria vita in altri luoghi.
La storia vera non ha bisogno di fantasmi inventati, perché in molti casi è già abbastanza potente. Raccontarla correttamente significa inoltre restituire alle rovine qualcosa che il tempo rischia di farci dimenticare: le persone che le abitavano.
La prossima volta guardate meglio quei quattro muri
È probabilmente questo il motivo per cui amo scoprire la storia dei luoghi mentre viaggio in Scozia: un paesaggio non rimane più soltanto un paesaggio.
La montagna continua a essere bellissima, il mare continua a essere spettacolare e una rovina può continuare a essere perfetta per una fotografia, ma dietro ciò che vediamo cominciamo a riconoscere qualcos’altro. Quando troviamo le fondamenta di una casa in mezzo a un glen possiamo provare a immaginare qualcuno che apriva quella porta ogni mattina; davanti a un vecchio muro possiamo chiederci cosa delimitasse e, quando incontriamo un sentiero che sembra finire nel nulla, possiamo domandarci se un tempo quel “nulla” fosse davvero vuoto.
Forse è proprio questa una delle cose più affascinanti della Scozia: il passato non è custodito soltanto dentro i castelli, nei musei o nelle grandi battaglie raccontate nei libri. A volte è nascosto sotto l’erba e ciò che ne rimane sono poche pietre, una forma appena riconoscibile nel terreno e nessun cartello abbastanza grande da attirare la nostra attenzione.
Dobbiamo essere noi a fermarci e guardare meglio.
Perché quelle case oggi possono essere vuote, ma non sono sempre state silenziose.
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